Mar Lodj Island: un’isola e un meraviglioso villaggio nel delta del fiume Saloum

A circa 60 km da Mbour si trova Ndanganeun piccolo villaggio di pescatori dove prenderò una piroga (una piccola barchetta) per raggiungere l’siola di Mar Lodjun posto pressoché isolato fin quando una coppia di francesi non decisero di andarci a vivere, dando vita ad un complesso di bungalow per turisti in cerca di pace, relax e panorami mozzafiato.

Arrivo a Ndangane in circa un’ora, lungo il tragitto attraverso interi villaggi in mezzo al nulla; siamo ormai lontani da Dakar, le case sono capanne, non ci sono veri e propri negozi, poche macchine e tanta natura. Riesco a intravedere un Baobab, provo a fare una foto ma la strada è così dismessa che non riesco.

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Arrivo a Ndangane, mi vengono incontro alcune bambine. Il mio zaino era ancora pieno di giochi, consegno loro un piccolo regalo e vado a prendere la piroga.

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I 30 minuti di barca da Ndangane all’ isola sono fantastici. Attraversiamo una zona di mangrovie, ci sono tantissime specie di uccelli, il sole è caldissimo e sono immersa nella natura come mai fino ad ora. 

Arrivo a Le Bazouk du Saloum, questo il nome dell’ “hotel” https://www.facebook.com/bazoukdusaloum, mi accoglie Veronique, mi fa vedere il bungalow e mi offre un po’ di frutta.

Siamo in un luogo unico, incontaminato. Per alloggiare qui si spende un po di più del solito (circa 40 euro a notte), ma sono contenta di essermi fatta questo regalo. Passerò qui 3 giorni, nel delta di in fiume, lontano dalla rumorosa Dakar.

Non perdo tempo e mi allontano per andare alla scoperta dell’isola: mi trovo davanti al villaggio più povero visto fino ad ora. Non c’è nulla, la terra e arida e quindi poco coltivata. Gli abitanti, nonostante siano molto vicini alla costa, vivono ancora in maniera semplice, arretrata. Tutti i bambini del villaggio mi vengono incontro, consegno loro giochi, quaderni, penne, colori. Non so se sono più felice io o loro, è un momento magico.

Una mamma mi abbraccia dopo averle regalato un taccuino e una semplice bic, mi chiede di sedermi con lei. Non capisco quanto questo villaggio sia fuori dal mondo, se i bambini vadano a scuola e se vadano spesso sulla costa o no. Non voglio fare troppe domande, perciò lascio parlare loro e mi godo il momento.

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Il villaggio è prettamente cattolico, c’è sia la chiesa che la moschea. Anche nei posti più poveri, i luoghi di preghiera non mancano mai.

Dopo un intero pomeriggio passato insieme a questa fantastiche persone, mi dirigo verso casa, sta per tramontare il sole e sull’isola non c’è illuminazione. Preferisco tornare ora e godermi il fantastico panorama davanti al mio bungalow.

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I giorni seguenti resto in compagnia dell’unico ragazzo che parla un po’ d’inglese e che, durante la mia permanenza, mi aiuta a comunicare con il resto del villaggio.

Oltre lui, faccio amicizia con delle bambine che ogni mattina vengono davanti alla mia camera e con le quali passo del tempo insieme, tra treccine e musica. Infatti si sono innamorate del mio telefono, mettono canzoni di Shakira e scattano foto, sono adorabili !

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Ho passato dei magnifici giorni, ho vissuto una condizione di pace mai provata prima, conosciuto persone stupende e, nel mio piccolo, regalato un po’ di sorrisi.

Sono felice.

Pouponnière di Mbour

Vengo a sapere dell’esistenza di questo progetto in internet, come per La casa di Ibrahima.

La pouponnière è un nido d’infanzia, una grande casa con diverse stanze, dove vengono accolti bambini orfani o abbandonati.

L’età va dai pochi giorni ai due anni, ogni giorno tanti volontari si recano qui per aiutare le suore che si prendono cura di questi neonati.

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Per andare non bisogna avvisare, il nido è aperto a tutti ed è meta ogni giorno di tantissimi volontari o turisti che come me vogliono dare un piccolo aiuto.

Una volta entrati si viene accolti da persone locali che lavorano qui, bisogna lasciare lo zaino e lavarsi le mani con del disinfettante.

Se si porta del materiale per i bambini, deve essere lasciato all’entrata dove verrà smistato e messo in ordine.

Non sono ancora entrata nel nido, ma già sento le voci di tanti bambini, una suora mi accompagna per fare un piccolo giro delle stanze.

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Ci sono tanti, tantissimi bambini. Dai più piccoli ai più grandi. Sono tutti vestiti benissimo, sono puliti e sereni. I volontari e le suore fanno un grandissimo lavoro, ci sono pannolini, biberòn, latte in polvere, vestiti, ciucci, tutto quello che può servire a questi bambini purché stiano bene.

Da questo momento in poi la suora mi lascia da sola, mi fa capire che qui non ti segue nessuno. Entri in una stanza, e passi del tempo con i bimbi, in totale indipendenza. Aiuti a fare quello che in tanti fanno ogni giorno, lavare, dare da mangiare, cambiare il pannolino, giocare. Ci sono tante altre persone accanto a me, perlopiù donne, ci sediamo tutte per terra con in braccio i “nostri” bimbi.

Nessuna lo dice ma abbiamo tutte gli occhi lucidi, per quello che stiamo vivendo, per quello che vorremmo fare ma non possiamo, perchè sappiamo che tutto questo non sarà mai abbastanza.

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Una giornata fantastica, non riesco ad andarmene via. Guardo fissa quelle culle e l’unica cosa che vorrei in questo momento è restare qui e prendermi ancora cura di loro.

http://www.lapouponnieredembour.org/

Basta poco per donare un sorriso: La casa di Ibrahima

Scopro di questa associazione per caso, navigando in Internet.

Poco prima della partenza mi metto in contatto con Sara, una ragazza che al momento sta svolgendo volontariato lì per circa un anno. Mi spiega di cosa avrebbero bisogno, mi racconta brevemente la storia di questa casa famiglia e mi lascia il suo contatto per quando arriverò in Senegal.

Siamo a Keur Massar, 25 km circa da Dakar. Il viaggio mi sembra infinito, le strade sono dismesse, il taxi è vecchio e fa uno strano rumore, nonostante il ragazzo che lo guida appaia tranquillo e rilassato.

Finalmente arrivo a destinazione, conosco Sara e vengo subito accolta da numerosi bambini. Alcuni vivono qua perchè le famiglie abitano lontano o sono troppo povere, altri passano qui solo la giornata, per studiare e partecipare a tutte le attività che i volontari si impegnano di portare avanti.

Sara mi mostra la casa, la cucina, il dormitorio e le piccole aule. Sento il cuore pesante ma cerco di non mostrarlo, rifletto su come questi bambini vivano, eppure hanno un grande sorriso e mi sembrano felici.

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Finalmente posso consegnare ai ragazzi un po’ di materiale scolastico e qualche gioco. Il loro sguardo, i loro abbracci, il loro stupore nell’aprire la mia valigia rimarranno per sempre nel mio cuore.

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Passo un’intera giornata con loro, Sara mi porta a fare un giro per il paese, ormai la conoscono tutti ed è molto amata per quello che fa.

Trovate La casa di Ibrahima su internet http://www.lacasadiibrahima.org/foto.php?id=2 e su facebook https://www.facebook.com/pages/La-Casa-di-Ibrahima-Onlus/125600044147018?fref=ts.

Mettetevi in contatto con loro prima di andare a trovarli, sapranno dirvi di cosa hanno più bisogno. Per donare un sorriso basta poco: è stata una giornata fantastica che mi ha riempito il cuore. La sensazione è quella di voler fare di più, effettivamente non è mai abbastanza. Ma nel mio piccolo, oggi, so di aver reso felice qualcuno.

Senegal tour : 3 Luoghi da non perdere

Isola di Goréè

Il giorno dopo la festa Tabaski, decido di iniziare il mio itinerario dall’isola di Gorèe, che si trova solo a 3 km a largo di  Dakar.

Per raggiungere l’isola c’è una barca organizzata ad hoc per i turisti che fa il tratto tantissime volte al giorno. Raggiungo il porto con un taxi tipico, dopo una breve contrattazione mi accordo per circa 4 euro e salgo in macchina.

Consiglio: cercate di contrattare il più possibile. Siamo Toubab (bianchi/europei), è normale che cerchino in ogni modo di tirare su il prezzo.

Arrivo al porto, prendo la barca e in 30 minuti raggiungo l’isola. Il viaggio è molto piacevole, la barca è abbastanza moderna e ci sono posti a sedere sufficienti.

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Quest’isola è stata proclamata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1978, è un vulcano inattivo quindi il suo paesaggio è caratterizzato da una nera roccia vulcanica.

Appena arrivo, approdo in una pacifica isoletta colorata, con bambini che giocano sulla spiaggia e numerosi turisti che gustano del pesce fresco nei ristorantini locali. Ma in realtà la storia di questo luogo è ben più triste: l’isola veniva infatti utilizzata per la tratta degli schiavi e sono tanti i richiami a quel periodo mentre passeggio per le vie interne.

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Oggi sull’isola c’è ancora l’atmosfera coloniale, non ci sono macchine e le case sono coloratissime, principalmente di rosso e di giallo. C’è una piccola moschea, ma c’è anche una chiesa Cattolica, a dimostrazione che questo popolo è in pace ed in grado di convivere con persone di diversa religione.

Faccio un giro alla casa degli schiavi, l’ambiente è freddo, silenzioso, viene naturale abbassare il tono della voce in segno di rispetto per tutti coloro che sono passati da qui.

Rifletto, respiro ed esco, continuando a girare per le vie strettissime dell’isola. Ci sono tantissime bancarelle, si può comprare di tutto, dalle collane, alle statue ai quadri. Ed è proprio un particolare artista che richiama la mia attenzione: lascia cadere la sabbia su una rettangolo di legno, dando vita a dipinti unici e caratteristici. Decido di comprarne uno ed ho già un’idea di dove metterlo al mio rientro a casa.

Lo stomaco inizia a brontolare e decido di fermarmi in un piccolo bar sul mare; qui conosco un ragazzo locale che si mantiene facendo la guida turistica. Non ha nessun permesso di farlo, ma è nato e cresciuto qui, conosce questo luogo come le sue tasche. Avvicina le persone, racconta loro tutta la storia e alla fine si fa pagare.

Pranzo con lui del riso senegalese con verdure (si mangia con 5/6 euro) e rubo qualche informazione per la mia prossima tappa, il lago rosa!

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Dopo una breve siesta sulla spiaggia riprendo la barca e torno a Dakar.

Arrivata a “casa”, mi fermo a chiacchierare con gli altri clienti della guest house, decidiamo di mangiare insieme e parliamo di viaggi per tutta la sera.

Sono felice.

Lac Rose

Il lago rosa lo conoscevo come tappa d’arrivo della gara Parigi-Dakar ed in effetti è proprio questo che l’ha reso famoso.

Mi accordo con il ragazzo che mi ha accompagnata ieri al porto di Dakar e con circa 10 euro lo convinco a portarmi a 30 km dalla città.

Al mio arrivo noto il paesaggio diverso, qui non ci sono case ma capanne. Mi sono lasciata alle spalle la città, la capitale, e basta spostarsi poco per entrare in contatto con realtà più povere e isolate.

Arrivata a destinazione, mi precipito subito verso il lago e non riesco a credere ai miei occhi: è proprio rosa e davanti ci sono delle enormi montagne di sale.

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Infatti questo lago è anche conosciuto per il suo alto contenuto di sale, se ne riesce a ricavare parecchio e sono tante le donne e gli uomini che ogni giorno ci lavorano.

Alcuni ragazzi locali mi spiegano che il colore dell’acqua è dato da un’alga che ha il pigmento rosso ed è da qui che nasce il colore rosa. Poi mi dicono che poco più in la c’è la possibilità di affittare un quad e una guida, per fare lo stesso percorso della famosa gara di rally.

Vi consiglio vivamente di fare anche questa esperienza: pensavo sarei rimasta delusa perchè appena arrivata al noleggio era tutto troppo turistico e mi aspettavo un percorso finto e di breve durata.

In realtà mi sbagliavo: iniziamo il tour in questo “semi-deserto” e anche se ci provo in ogni modo, dopo appena 10 minuti perdo l’orientamento e non so più dove sono. Ora capisco l’importanza della guida! La gita è divertente, il quad fa su e giù per le dune e attraversa piccoli villaggi in mezzo al nulla.

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Dopo più di mezz’ora accade una cosa che non mi sarei mai aspettata: eravamo circondati da sabbia, non vedevo altro. Ma all’improvviso, dopo una duna, ecco che scorgo l’oceano. Non l’avevo mai visto, l’emozione è tanta e inaspettata, scende una lacrima. Un panorama magnifico che accompagna il senso di libertà che in questo momento provo.

Ci fermiamo, facciamo qualche foto e torniamo alla base. Questa tratto in quad è stato una delle esperienze più belle che mai avrei pensato di fare.

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Touba

Io e Touba abbiamo uno strano rapporto, non ero sicura di andarci fino all’ultimo momento, poi ho pensato che nel bene e nel male valeva la pena vederla.

Stiamo parlando della città più integralista del Senegal, caotica e calda, caldissima.

Mi aspetta un viaggio di tre ore e mezzo dentro una macchina anni settanta, siamo in 7 comprese le valigie e no, non siamo per niente comodi.

Questa è la soluzione più comoda che ho trovato stamattina, quindi pago l’autista (30 euro) e mi metto in viaggio.

Sono l’unica turista, quindi non partecipo molto alla conversazione. Parlano tutti tra di loro e a mala pena capiscono l’inglese.

Decido dunque di godermi il paesaggio: quanta natura, tratti verdi si alternano a zone aride, il cielo è limpido, le strade non sono affollate e Touba è sempre più vicina.

Mi preparo all’arrivo vestendo un tipico abito senegalese lungo con il velo (in questa città le donne non possono portare i pantaloni e devono obbligatoriamente coprire il capo).

Come immaginavo la città non mi fa impazzire, troppo caotica e integralista, il Senegal da cui vengo io è molto diverso.

Ma c’è una cosa che voglio vedere ed è il motivo per cui sono voluta arrivare fin qui, la famosissima Moschea.

Famosa perchè, ogni anno in questa città santa, si celebra il Magal, un evento religioso che riunisce milioni di fedeli provenienti da tutto il mondo.

Dopo il pellegrinaggio alla mecca, Touba è al secondo posto al mondo per numero di presenze, dove ogni anno i fedeli raggiungono quota 3-4 milioni.

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Una volta entrata ho capito che ci sono cose nella vita che vanno viste almeno una volta e questo magnifico monumento era una di queste.

Dopo un breve giro per la città torno alla stazione dei pullman (100m dalla moschea) per organizzare il mio viaggio di ritorno, che sarà più comodo e in dolce compagnia.

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Tabaski: religione e tradizione per un evento simbolo del Senegal

Finalmente è arrivato il momento di esplorare questa terra.

Mi trovo a Yoffe Layenne, un paese che fa parte del dipartimento di Dakar, la capitale.

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Inizio a girare per le strade, il paese è costruito solo per metà, c’è trambusto intorno, è un giorno importante per tutti, anche se ancora non riesco a capire cosa avverrà.

Incontro Gianpaolo che mi spiega che il Tabaski è il giorno in cui si ricorda il sacrifico ordinato da Dio ad Abramo.

Il sacrificio rituale che si pratica nel corso della festività ricorda il sacrificio sostitutivo effettuato con un montone da Abramo, del tutto obbediente al disposto divino di sacrificargli il figlio Ismaele,prima di venire fermato dall’angelo. È quindi per eccellenza la festa della fede e della totale e indiscussa sottomissione a Dio.

Ora mi spiego perchè ci sono cosi tanti montoni per le strade che stanno per essere venduti e poi uccisi. La cosa non mi piace per niente ma capisco il significato e provo a non pensarci. Continuo a camminare e arrivo quasi vicino al mare dove mi imbatto in una processione di persone tutte vestite di bianco che vanno verso la spiaggia.

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Mi spiegano che a Yoff è usanza vestirsi di bianco durante questa ricorrenza e in effetti non potevo vestirmi in modo migliore, sono perfettamente in linea con la tradizione!

Proseguo con loro e arrivo alla moschea sul mare. Un’energia mai provata prima mi avvolge, la fede con la quale tutti pregano mi affascina, è un giorno di festa: passano motorini con intere famiglie sopra, bambini e bambine vestite con i loro più bei vestiti, si prega, si canta, sono tutti felici.

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Resto in disparte e mi godo il momento. Il Muezzin diffonde le sue parole dall’altoparlante e centinaia di persone inginocchiate sulla spiaggia ripetono in preghiera. Non avevo mai visto niente di simile, ma è tutto magico, emozionante.

Dopo aver scattato un po’ di foto torno verso casa e mi preparo per passare la giornata del Tabaski come una vera local, in una famiglia Senegalese nel centro di Dakar.

Si tratta della famiglia della moglie di Gianpaolo; sono curiosa ma anche un po’ spaventata, il rito del sacrificio verrà fatto davanti a tutti ed io vorrei risparmiarmi la scena.

Arrivo in questa casa grande, su più piani, con stanze enormi e abbastanza arredate.

Sono in una famiglia che sta bene, che non deve fare i conti con la povertà assoluta. Lo capisco da quanti montoni decidono di uccidere, più ne compri più sei ricco.

Ci posizioniamo in terrazza, fa molto caldo e un po’ di venticello può solo farci bene.

Per evitare di assistere al momento cardine della giornata, inizio ad aiutare le donne a tagliare le cipolle, condimento obbligatorio nei loro piatti speziati e saporiti.

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La giornata ruota intorno alla cottura dell’animale, tant’è che prima di mangiare passeranno almeno 4 ore.

Nel frattempo osservo la famiglia, ci sono tre generazioni su questa terrazza eppure non riesco a dare un’età ai più anziani, devo dire che invecchiano molto meno di noi!

Sono tutti molto uniti, i bambini più grandi aiutano a tagliare la carne, quelli più piccoli stanno con le mamme: non li ho mai sentiti fiatare per tutto il giorno. Eppure i “nostri” neonati piangono, si lamentano. Niente, la pace e la tranquillità sono lo sfondo dei loro occhi. Hanno poco, ma quello che hanno basta.

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La giornata termina con i bambini più grandi che vanno a prepararsi per un’altra processione. Le bambine sono un esplosione di bellezza e colore, non vedono l’ora di andare a mostrare il loro abito più bello.

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E’ stata una giornata ricca di emozioni, stare in una famiglia locale è stato affascinante e mi ha permesso di vivere realtà che rimarranno per sempre indelebili nella mia mente.

Torno alla guest house, sono stanca ma mi fermo nella hall a parlare con Pago, un anziano giornalista spagnolo che gira l’Africa e il mondo interno per scrivere reportage. Mi perdo nei suoi racconti, riesce a spiegare così bene i dettagli che quasi mi sembra di vedere i luoghi da lui descritti. Ci scambiamo i contatti, lo saluto e rientro in camera.

Da domani saluterò Gianpaolo per iniziare il mio vero itinerario.

Finalmente Atterrata a Dakar!

Arrivo a Dakar a notte fonda dopo aver passato una giornata in viaggio (causa scalo), probabilmente sono anche stanca ma non me rendo conto vista l’adrenalina che ti da viaggiare! Sono finalmente arrivata e non vedo l’ora di uscire dall’aeroporto!

All’uscita mi aspetta Gianpaolo, un signore di Roma che da ormai 15 anni vive a Dakar dopo essersi sposato con una donna del posto.

Ho conosciuto Gianpaolo su facebook, gentile e orogoglioso di accogliermi in una terra che ormai ritiene sua e così mi sono fidata (e ho fatto bene).

Prima di uscire e iniziare a respirare un po’ di aria Africana, armatevi di santa pazienza: se dovessi descrivere con una parola l’arrivo all’aeroporto sarebbe sicuramente CAOS.

Dimenticatevi l’organizzazione, perchè non esiste, ma è questo il bello!

Il mio zaino e la valigia sono (ovviamente) gli ultimi e così attendo…

All’uscita dell’aeroporto sono tanti i ragazzi che si avvicinano con un carrellino sgangherato “porta valigie”, saranno in centinaia e cercano di racimolare qualche soldo aiutandovi a portare le valigie al pullman, taxi o qualsiasi mezzo vi attenda!

Finalmente sono in macchina, Gianpaolo è simpaticissimo e non vede l’ora di aiutarmi a buttare giù un itinerario prima di lasciarmi proseguire da sola alla scoperta del Senegal.

Arrivo a Dakar che ormai è passata la mezzanotte da un bel pezzo, ma a vedere quante gente gira per strada sembra giorno!

Lo scenario è tutto nuovo: sono in macchina e dal finestrino mi sembra che qui la vita non abbia orari, non importa se è tardi, i negozi sono aperti, ci sono decine di persone fuori dalle case, dai barbieri, dai piccoli bar e dai fashion shop, tra i quali scorgo i colori accessi e i tessuti preziosi dei tipici abiti senegalesi. Dopo un panino al volo raggiungo la mia guest house , sistemo i bagli e osservo la stanza. Non sapevo che quella sarebbe stata la migliore camera di tutto il viaggio! Le lenzuola erano un po’ vecchie, ma c’era la cosa più importante, la zanzariera! Mi metto a dormire. Domani sarà una grande giornata.

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Il mattino dopo, la sveglia suona presto e, preparato lo zaino raggiungo l’area comune.

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La guest house si chiama  Via Via hotel, un piccolo affitta camere gestito da una ragazza marocchina e un ragazzo olandese; mi fermo a chiacchierare con loro e altri ragazzi; non sono l’unica turista, ma anzi siamo in tanti ad avere scelto questa meta. Oggi, in tutta la nazione, ci si prepara per un grande evento, il TABASKI, una festa che a me è ancora del tutto ignota.

Destinazione Senegal 

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Agosto 2011.

Come ogni anno ero in vacanza nella mia terra, la Sardegna, e già pensavo alle future mete che avrei potuto visitare.

L’Africa mi affascinava da sempre, ma non avevo ancora avuto modo di scoprirla. Così, parlando con degli amici Senegalesi che per 8 mesi l’anno vivono sulla mia isola, è arrivata l’idea del Senegal!

Avevo bisogno di un viaggio nuovo, diverso. L’anno prima ero stata a New York (di cui vi parlerò nei prossimi post) ed ora sentivo l’esigenza di un’esperienza totalmente opposta, non turistica e soprattutto indimenticabile.

Per questo, dopo quella breve chiacchierata, ho iniziato subito a ricercare informazioni sul Senegal, da cosa vedere a dove dormire, come spostarsi e cosa mangiare. Insomma volevo immergermi in quella cultura ancora prima di partire!

Volo per Dakar con scalo a Madrid.

Era tutto pronto e ancora mancavano 3 mesi alla partenza!

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